Ferro nel sangue, a cosa serve? Ecco le sue funzioni e quando è considerato basso o alto

Il ferro è un minerale fondamentale per la funzione di tutte le cellule e deve essere assunto nelle giuste quantità. Vediamo a cosa serve e come assimilarlo al meglio.

Il ferro è uno dei minerali che assumiamo attraverso l’alimentazione e che sono fondamentali per la sopravvivenza e il benessere dell’uomo. Infatti, i ruoli svolti dal ferro all’interno del corpo umano sono molteplici, ma basta citare la funzione più importante del ferro per renderci conto della sua importanza: il ferro è fondamentale per trasportare ossigeno in tutte le cellule e permettere così la vita.

Ferro: a cosa serve

I livelli di ferro sono finemente mantenuti dentro precisi range all’interno del nostro corpo e una disregolazione del metabolismo del ferro è associata a diverse malattie: infatti sia la carenza di ferro, sia l’eccesso di ferro sono problematici per la nostra salute. In questo articolo scopriremo a cosa serve il ferro e come mantenerlo dentro i corretti valori.

A cosa serve il ferro nel sangue? Proprietà e funzioni

Le funzioni del ferro come già detto sono molteplici: innanzitutto abbiamo visto che il ferro serve principalmente per la produzione dei globuli rossi e di conseguenza per ossigenare tutte le cellule del nostro corpo, che solo così potranno essere funzionanti. Oltre a questa fondamentale proprietà del ferro, ce ne sono altre di non secondaria importanza, vediamo in dettaglio tutte le sue funzioni

✓ Trasporto di ossigeno

Come abbiamo già anticipato, il ferro è un oligoelemento indispensabile all’organismo, che interviene in numerose reazioni chimiche. La sua funzione principale riguarda il trasporto di ossigeno all’interno dell’organismo. Nell’organismo di una persona adulta sono solitamente presenti circa 4 grammi di ferro, contenuti principalmente nell’emoglobina e nella mioglobina.

✓ Formazione di emoglobina

Il ferro, insieme alle vitamine B12 e ai folati (vitamina B9), svolge un ruolo importante nella formazione dell’emoglobina, una proteina fondamentale, che provvede alla distribuzione dell’ossigeno nei tessuti, consentendo loro di mantenere intatte le proprie funzioni. Se non c’è abbastanza disponibilità di ferro, non può formarsi una quantità sufficiente di emoglobina; in tal caso si presenta un’anemia.

✓ Utile per il sistema immunitario

Il sistema immunitario ha bisogno di un corretto livello di ferro per funzionare bene. Se il ferro è basso, la produzione di emoglobina sarà ridotta e, di conseguenza, anche l’ossigenazione del corpo. Inoltre, il ferro è coinvolto nel metabolismo di svariate cellule del sistema immunitario, che lo utilizzano per funzionare correttamente [1].

✓ Funzione cognitiva

Sia nei bambini e sia negli adulti, la supplementazione di ferro in caso di carenza migliora gli indici di prestazioni cognitive. In particolare, i benefici sono rivolti all’attenzione, alla concentrazione e al miglioramento del quoziente intellettivo [2]. Negli anziani, inoltre, è stata dimostrata un’associazione tra l’anemia e la demenza, che potrebbe quindi essere prevenuta tenendo sotto controllo i livelli di ferro [3].

✓ Sviluppo fetale

La carenza di ferro durante la gravidanza è associata a un aumentato rischio di parto prematuro, a complicanze perinatali e a un aumento della mortalità neonatale e materna. Allo stesso modo, anche i livelli di acido folico sono molto importanti durante la gravidanza. Per approfondimenti su questo argomento vi invitiamo a leggere: L’importanza dell’acido folico in gravidanza e le possibili conseguenze di una carenza.

✓ Funzionamento muscolare

Il ferro interviene nella costruzione della mioglobina, una proteina presente nelle fibre muscolari: la carenza di ferro è quindi associata a un peggior funzionamento dei muscoli.

Infografica su 5 benefici del ferro

Fisiologia del ferro

Circa 2,5 dei 4 grammi di ferro normalmente contenuti nell’organismo umano di un adulto si trovano in associazione all’emoglobina dei globuli rossi. In seguito alla distruzione permanente degli eritrociti si ha il rilascio del ferro dell’emoglobina, che viene riutilizzato quando l’organismo sintetizza nuovi globuli rossi. Il ferro che resta, pari a circa 0,6-1,2 grammi, è la riserva che il corpo tiene in vari tessuti tra cui milza, fegato e midollo osseo, sotto forma di ferritina ed emosiderina. Anche il plasma, infine, contiene ferro.

Le perdite di ferro nel soggetto che non presenti patologie particolari sono in genere piuttosto contenute e pari a circa un grammo al giorno. Diventano più consistenti in caso di emorragie; un litro di sangue, infatti, contiene circa 0,5 grammi di ferro. Le donne sono più soggette a carenza di ferro rispetto agli uomini in quanto, una volta al mese, ne perdono, con il sangue mestruale, una quantità che può essere anche molto elevata. Il ferro che l’organismo perde deve essere compensato assumendone una giusta quantità tramite l’alimentazione.

Che differenza c’è tra il ferro e la ferritina?

Una volta assorbito a livello intestinale il ferro passa nel sangue, dove tuttavia non circola da solo, ma sempre legato a qualche proteina, che ha il compito di trasportarlo nel plasma, come nel caso della transferrina, oppure di immagazzinarlo. A tale scopo entra in gioco la ferritina, una proteina che ha il compito di immagazzinare le quote di ferro intracellulare in eccesso. Poiché il ferro “libero” è da considerarsi pericoloso, la ferritina in quanto proteina di deposito è in grado di ossidarsi, legando fino a 4500 atomi di ferro e prevenendo così il possibile danno cellulare.

Valori di ferro nel sangue: quando sono alti, bassi e normali

Il valore ematico del ferro nel sangue ci permette di valutare la quantità di ferro legato alla transferrina (la proteina che trasporta il ferro) disponibile per la produzione dei globuli rossi: si parla in questo caso di sideremia. Questo valore non dipende solo dal ferro assorbito dalla dieta, ma anche dal riciclo del ferro da parte dei globuli rossi maturi e non è un valore indicativo per una diagnosi di carenza di ferro, anche perché il ferro si abbassa e si alza diverse volte durante il giorno. In generale si considerano normali valori compresi tra 50 e 150 mcg/dl.

I valori di ferritina risultano essere più utili, insieme al valore di saturazione della transferrina, per identificare situazioni di carenza di ferro. In particolare, quando il valore di saturazione della transferrina scende sotto il 18 e il 15% e la ferritina è inferiore a 15-25 ng/ml, il medico, tenuto conto dei sintomi, potrà diagnosticare una carenza di ferro. È importante sottolineare il fatto che un basso valore della ferritina da sola non è indicativo, in quanto potrebbe essere collegato anche a aumento dell’infiammazione o a un danno del fegato.

Un altro parametro che viene frequentemente preso in considerazione è quello relativo all’emoglobina: molte anemie dipendono, infatti, da una carenza di ferro. Riassumendo e semplificando, se non c’è abbastanza ferro nel corpo, anche la produzione di emoglobina sarà inferiore alla norma. Si considera un valore basso di emoglobina quando risulta essere inferiore a 13,5 g/dl nell’uomo adulto e a 12 g/dl nella donna adulta.

Perché il ferro scende? Cause e sintomi della carenza di ferro

Con carenza di ferro si intende descrivere una situazione in cui il ferro totale del corpo si è esaurito. Poiché la maggior parte del ferro viene utilizzata per la produzione dell’emoglobina e dei globuli rossi, la carenza di ferro è spesso associata all’anemia. L’anemia, come espressione della carenza di ferro, è di fatto una condizione molto diffusa: nel 2010 si stimava che circa 1,2 miliardi di individui in tutto il mondo soffrissero di anemia da carenza di ferro [4].

In generale gli individui a maggior rischio di carenza di ferro sono i bambini sotto i 5 anni di vita, le donne fertili con un ciclo mestruale abbondante, gli adolescenti in rapida crescita e le donne nel secondo-terzo trimestre di gravidanza.

Le cause del ferro basso possono essere diverse: negli individui sopra citati è dovuta a un aumento del suo fabbisogno; in molti Paesi poveri la motivazione è prevalentemente nutrizionale, mentre nei Paesi occidentali una carenza di ferro dovuta alla nutrizione si può riscontrare in soggetti vegetariani o vegani con un’alimentazione non equilibrata.

Altre ragioni possono essere alcune infezioni o patologie tumorali, emorragie croniche o un ridotto assorbimento del ferro, anch’esso conseguente ad alcune condizioni di natura prevalentemente gastrointestinale, come la celiachia, la gastrite atrofica autoimmune, l’infezione da H.pylori o interventi chirurgici allo stomaco. Infine, anche l’utilizzo di alcuni farmaci, come gli inibitori della pompa protonica (antiacidi) o gli antinfiammatori non steroidei possono essere associati a carenza di ferro.

I sintomi della carenza di questo minerale vengono spesso trascurati in quanto si tratta di sintomi non specifici. Il più frequentemente riportato è la fatica e la mancanza di respiro. Altri segnali di una carenza la pica, ovvero l’ingestione di materiali non nutritivi come la carta, la sindrome della gambe senza riposo, le unghie fragili e i difetti nel letto ungueale, la perdita di capelli, il pallore e le screpolature agli angoli della bocca, definiti cheilosi [5].

Infine, la carenza di ferro potrebbe essere riconoscibile anche attraverso il pallore della palpebra inferiore dell’occhio: secondo alcuni ricercatori questo metodo potrebbe divenire uno strumento per diagnosticare l’anemia “a costo zero”: è stato recentemente presentato un modello che permette di valutare il livello di ferro nell’organismo attraverso il confronto tra il colore dei vasi della palpebra inferiore e delle tabelle di riferimento.

Differenza tra ferro eme e ferro non-eme

Il ferro è generalmente presente nei cibi in due possibili forme: la forma EME, generalmente presente solo negli alimenti di origine animale, e la forma non-EME. La differenza principale tra le due forme di ferro risiede nella facilità con cui queste due forme di ferro vengono assorbite: la forma EME, presente solo negli alimenti di origine animale (carne e pesce), viene assorbita più facilmente, mentre la forma non EME, che è presente sia nei già citati alimenti di origine animale, sia in tutti gli alimenti di origine vegetale contenenti ferro, viene scarsamente assorbita.

In generale questo non rappresenta un problema per chi volesse seguire un’alimentazione di stampo vegetariano o vegano: l’abbinamento del ferro non-EME con altri principi nutritivi ne permette un migliore assorbimento. È questo il caso della vitamina C, che migliora l’assorbimento del ferro “vegetale”.

Biodisponibilità del ferro: cos’è e come aumentarla

Per biodisponibilità si intende la percentuale di un nutriente, nel nostro caso specifico quindi del ferro, che il nostro intestino è in grado di assorbire e che pertanto potrà essere utilizzato per tutte le sue funzioni. Nel caso del ferro, la biodisponibilità è più elevata quando si tratta di ferro derivante da alimenti di origine animale e scarsa se parliamo di ferro di origine vegetale.

La biodisponibilità del ferro di origine vegetale, detto non-EME (che si trova in parte anche negli alimenti di origine animale) può essere aumentata dal consumo concomitante di altre sostanze tra cui la vitamina C (di cui sono per esempio ricchi alcuni vegetali contenenti anche ferro) e l’acido citrico (presente negli agrumi), l’acido lattico presente nei prodotti fermentati e l’esercizio fisico.

Alimenti che ostacolano l’assorbimento del ferro

L’assorbimento del ferro, oltre ad essere favorito da alcune molecole può, al contrario, essere ostacolato da altre. Nello specifico, i principali alimenti che ostacolano l’assorbimento del ferro sono quelli ricchi di calcio e di tannini.

L’abbinamento di vegetali ricchi di ferro con i latticini, per esempio, comporta una maggior difficoltà ad assorbire il ferro. Così come l’abitudine di bere il caffè o il tè o mangiare cioccolato al termine di un pasto potrebbe non essere una buona idea se avete una carenza di ferro per via della presenza di tannini. Esiste anche un altro gruppo di sostanze che inibiscono l’assorbimento del ferro: si tratta dei fitati, riccamente presenti in cereali integrali e legumi (la cui presenza, però, si riduce con la fase di ammollo e cottura).

Quanto ferro assumere in un giorno?

Il fabbisogno di ferro non è uguale per uomini, donne e bambini. Abbiamo infatti già detto che i bambini necessitano un importante quantitativo di ferro per accrescersi e che le donne fertili devono poter compensare le perdite mestruali con l’alimentazione. Vi indichiamo di seguito quali sono i fabbisogni di ferro secondo i LARN, ovvero le linee guida italiane.

  • Lattanti: 11 mg
  • Bambini tra 1 e 3 anni: 8 mg
  • Bambini tra 4 e 6 anni: 11 mg
  • Bambini tra 7 e 10 anni: 13 mg
  • Bambini maschi tra 11 e 14 anni: 10 mg
  • Bambini maschi tra 15 e 17 anni: 13 mg
  • Maschi adulti: 10 mg
  • Bambine femmine tra 11 e 14 anni: 10 o 18 mg
  • Bambine femmine tra 15 e 17 anni: 18 mg
  • Femmine tra 18 e 59 anni: 18 mg
  • Femmine oltre 60 anni: 10 mg
  • Donne in gravidanza: 27 mg

Non è sempre facile raggiungere il quantitativo proposto attraverso l’alimentazione, soprattutto se non si fa attenzione. Vi riportiamo alcuni esempi per poter gestire al meglio la vostra alimentazione.

  • Una porzione di radicchio verde (circa 200 g) e una porzione di carne di cavallo da 100 g contengono circa 18 mg di ferro;
  • Una porzione di spinaci (circa 200 g) e una porzione di vongole da 100 g contengono quasi 200 mg di ferro;
  • Una bistecca di soia da 100 g insieme a una porzione di cime di rapa contengono circa 15 mg di ferro;
  • 100 g di fagioli secchi uniti a una porzione di tarassaco contengono anch’essi circa 15 mg di ferro.

Fonti alimentari di ferro

Diverse sono le fonti alimentari di ferro. Tra le fonti animali di ferro EME possiamo citare la selvaggina, le vongole, le frattaglie animali, le acciughe e altri pesci. Tra le fonti di ferro non EME possiamo citare la soia, il natto, il radicchio verde, gli spinaci, i fagioli, le alghe e la frutta disidratata tra cui i pomodori secchi. Potete trovare maggiori informazioni a riguardo nel nostro approfondimento: Alimenti ricchi di ferro quali sono? Ecco i cibi che ne sono più ricchi.

Integratori di ferro: quando e come assumerli

Vi sconsigliamo di assumere integratori di ferro senza aver prima consultato il medico curante, poiché la diagnosi di carenza di ferro è un atto medico e non è immediata. Inoltre l’eccesso di ferro è deleterio per il nostro corpo e per questo motivo un integratore di ferro non va assunto “a cuor leggero”.

La maggior parte degli integratori di ferro presenti sul mercato vanno assunti a stomaco vuoto, per impedire eventuali inibizioni dell’assorbimento. Purtroppo, frequentemente si associano anche a effetti indesiderati e disturbi gastrointestinali: a tal proposito i sali organici come il ferro bisglicinato risultano meglio tollerati rispetto ai sali inorganici come il solfato ferroso.

Alcuni integratori presenti in commercio contengono oltre al ferro altre molecole: frequentemente troviamo la vitamina C, che aumenta la biodisponibilità del ferro, così come è possibile trovare integratori di acido folico e ferro, oltre in alcuni casi anche alla vitamina b12: acido folico e vitamina b12 sono anch’esse coinvolti nella produzione dei globuli rossi e, pertanto, frequentemente utili in caso di anemia.

Tossicità da eccesso di ferro

Vi abbiamo già anticipato che l’eccesso di ferro è problematico per il nostro corpo: il ferro in eccesso risulta infatti tossico per il nostro organismo e può causare danni, attraverso meccanismi ancora in parte sconosciuti, a diversi apparati, tra cui l’apparato gastrointestinale, il sistema nervoso e il sistema cardiocircolatorio.

Solitamente l’eccesso di ferro si può verificare in presenza di alcune condizioni come l’emocromatosi o l’anemia mediterranea, oppure a causa di trasfusioni o eccesso di integratori o farmaci a base di ferro. In generale i pazienti possono riportare da prima sintomi come stanchezza e debolezza e successivamente sviluppare problematiche più gravi come: diabete, cirrosi epatica, insufficienza cardiaca o ipotiroidismo.

Dott.ssa Stefania Cocolo

Biologa nutrizionista laureata in Biotecnologie molecolari e bioinformatica presso l’Università degli studi di Milano. Ha conseguito la specializzazione in Biotecnologie industriali e ambientali presso l’Università degli studi di Milano.

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